La particolare posizione geografica che occupa, rende questo piccolo centro uno dei paesi più belli e caratteristici del circondario: ai piedi della Montagna Madre, la Majella, e ad appena una trentina di chilometri dal mare.Era noto in passato per l’arte della ceramica, portata al massimo splendore da Fedele Cappelletti e da altri illustri ceramisti della sua famiglia.
L’area più interessante dal punto di vista archeologico è sicuramente quella pedemontana, compresa tra i territori di Guardiagrele a sud e Pretoro a Nord, costituita da un susseguirsi di pianori solcati da una serie di stretti e profondi fossati che scendono dal versante montano e confluiscono nel fiume Foro.
I più antichi ritrovamenti nel suo territorio risalgono al Paleolitico medio e superiore come la statuetta di bronzo detta “Dea di Rapino” (oggi conservata al Museo di Chieti), ritrovata nella Grotta del Colle.

Dea di Rapino
Nelle vicinanze è stata scoperta anche una tavola di bronzo della “Targa di Rapino” o “Tabula Rapinensis” su cui è incisa una iscrizione in dialetto marruccino nel testo. Oltre a prescrizioni rituali, si cita anche “Touta Marouca” cioè il popolo dei marruccini. Questa tavola, acquistata dal Mommsen per i musei di Berlino, attualmente dovrebbe trovarsi nel museo Puskin di Mosca.
Nel periodo Neolitico e nell’età del Bronzo le attestazioni di frequentazione sono meno ricche, mentre tornano ad essere cospicue le tracce della presenza umana a partire dal I millennio a.C., in età romana e durante il Medioevo.

Tabula Rapinensis
In epoca medievale, Rapino conobbe la colonizzazione monastica benedettina rimanendo sotto il controllo del monastero di San Salvatore a Majella per molti secoli. Il monastero fu
eretto attorno al 700, dai frati benedettini provenienti dall’Abbazia di Montecassino, a circa 7 Km al di sopra di Rapino.
Le prime testimonianze sul controllo del monastero sul paese risalgono al IX secolo e sono contenute nel “Memoratorium” dell’abate cassinese Bertario, il quale descrive i beni sottoposti a Montecassino.
In questi scritti, però, non viene detto quale fosse la consistenza della popolazione, lo stato e la situazione degli abitanti.
Solo dall’XI secolo inizia a costituirsi un primo corpus documentario nell’archivio di San Salvatore e i riferimenti all’abitato e al territorio di Rapino diventano numerosi: ripercorrendo le vicende del monastero, si può notare l’importanza che esso rivestì nell’assetto territoriale del versante orientale della Majella.
Nel XV secolo, a causa della decadenza dell’Abbazia di San Salvatore, Rapino fu infeudata dalla famiglia Orsini e successivamente dai Colonna di Roma fino all’abolizione della feudalità.
Nel 1811 il feudo di San Salvatore a Majella fu diviso tra i comuni di Rapino, Pretoro ed il Regio Demanio; il documento planimetrico redatto nell’occasione, che riporta le linee delle dividenti e le terminazioni apposte, è consevato presso l’archivio di Stato di Chieti.
Al plebiscito del 1860, su 649 iscritti, parteciparono al voto 592 elettori e tutti si dichiararono favorevoli all’annessione al Regno d’Italia.
La storia moderna di Rapino è costituita dalle vicende che negli ultimi due secoli hanno coinvolto tanti comuni pedemontani della Majella: sono storie di briganti di cui è rimasta vivida traccia nella memoria collettiva e di malgoverno, di povertà e di emigrazione, di guerra e di miseria, ma anche di sacrifici e di duro lavoro, di ripresa e finalmente di benessere.
Testimonianza significativa del dolore e della sofferenza patiti dagli abitanti di Rapino durante la seconda guerra mondiale è la concessione, con decreto ministeriale datato 26 giugno 1975, della Croce di Guerra al valor militare al Comune di Rapino per il “valido contributo di valore alla causa della liberazione”.

Croce di Guerra al valor militare
La Piana della Civita
A qualche chilometro dall’abitato di Rapino, su un’ altura della Majella posta in posizione dominante sulla valle di Rivosecco e la vasta pianura della parte nordorientale, sorgono i resti ancora imponenti di un antico insediamento italico, vitale dal VII al III-II sec a.C. e conosciuto localmente come Piana della Civita, o Civita Danzica, derivazione del toponimo medievale Tazze; su un’area di circa sei ettari, sopravvivono tratti di una fortificazione muraria in pietre a secco, alta in qualche punto fino a tre metri, che proteggeva il versante di nord-est, essendo quello occidentale difeso da uno strapiombo naturale.
Alla base del pendio, è stata individuata una necropoli, purtroppo largamente danneggiata e sconvolta dai lavori di una cava di breccia, mentre a poca distanza dall’altopiano si apre la Grotta del Colle.
L’oppidum di Rapino aveva mura poligonali, più porte di accesso, una cisterna scavata nella roccia, così come i fondi di capanna, e terrazzamenti del terreno fuori e dentro la cinta muraria per facilitare la coltivazione e il passaggio di uomini e bestiame.
Il sito di Piana della Civita attirò l’attenzione degli studiosi fin dal XIX secolo.
Di recente si è voluto identificare il sito di Piana della Civita con una ipotetica “arce Tarincria”, o “Tarina”, dalle parole “ocres Tarincris” anch’esse incise sulla tavola di Rapino.
Pagina aggiornata il 18/07/2024